Bambù
11 luglio 2011 - 06:38 Archiviato in: Poesia
Di Tiziana Verde

Domenica scorsa, stavo lì sotto una tettoia circondata da una parete di bambù e mi sono ricordata d’aver letto che, a cicli di 30 o 50 anni, queste piante lasciano cadere i semi e muoiono di colpo tutte insieme, per rifiorire solo dopo una lunga assenza. Gli indiani e i cinesi temono questo periodo giacché causa una serie di scompensi alla terra e alle catene alimentari. Resta il fatto che ciò che noi percepiamo come organismi staccati, forma in qualche modo un corpo unico, sicché in questa ‘comunità’ vivere, morire non è affare (o solitudine) delle singole canne, ma dell’intero bosco.
Tra i generi della pittura cinese (montagne e acqua, fiori e uccelli, ritratti) un vasto capitolo è dedicato proprio a loro e Shih-t’ao, pittore del xvii sec, così scrive:“Cinquant’anni fa non si era ancora instaurata una conoscenza tra il mio Io, i monti, i fiumi, i bambù; non che avessero valore trascurabile ma lasciavo che esistessero solo di per sé, ora essi mi delegano a parlare in loro vece, son nati in me; io in loro”
Già sapeva che reale è questa reciproca immaginazione, ognuno com-preso dentro una delega: il monte che esiste perché qualcuno l’ha dipinto, rami col desiderio di cielo, ragni con in mente un preciso ricamo, quel presentimento dei fiumi di sapere dove sta il mare... la facoltà (umana soltanto) di dire tutto e nient’altro che l’equivoco, perché la vita non sta sul rigo, ma in un malinteso.
Stavo davanti ai bambù e quel ‘corpo unico’ comprendeva anche il vento, la nostra presenza lì in quell’ora, come capita a volte d’andarsene con l’anima esaltata e triste a spasso dentro un’incongruenza: d’esistere soltanto per una luce accesa dall’altra parte della collina, ma come una distrazione, un intervallo… come si trattiene un sogno tra due battiti del cuore…